Il Global Risks Report 2026 del World Economic Forum dedica un capitolo alle infrastrutture critiche, sempre più importanti, interconnesse e vulnerabili. Cosa significa per chi si occupa di Business Continuity?
Le infrastrutture critiche hanno una caratteristica particolare: quando funzionano, quasi non ci accorgiamo che esistono. Energia elettrica, acqua, telecomunicazioni, trasporti, data center e reti digitali sono semplicemente lì. Diventano visibili solo quando qualcosa si interrompe, ed è proprio questa apparente normalità a spingerci a sottovalutarne il rischio.
Nel Global Risks Report 2026 il World Economic Forum dedica al tema un intero approfondimento, con un titolo che lascia poco spazio all’interpretazione: Infrastructure endangered. Il messaggio centrale è semplice: le infrastrutture su cui poggiano economie e società stanno diventando contemporaneamente più importanti, più interconnesse e più vulnerabili.
Un rischio sottovalutato, ma non più ignorato
Nel Global Risks Perception Survey 2025-2026 le interruzioni delle infrastrutture critiche si collocano soltanto al 22° posto tra i rischi percepiti a due anni e al 23° a dieci anni. Il dato va però letto nella sua dinamica: rispetto all’edizione precedente il rischio è salito di quattro posizioni nel breve periodo e di due nel lungo. La percezione sta cambiando, ma lentamente. Il paradosso emerge quando si guarda alle conseguenze. Gli stessi intervistati indicano come effetti principali di un’interruzione infrastrutturale la disruption delle supply chain di rilevanza sistemica, il rallentamento economico e l’inadeguatezza delle infrastrutture pubbliche e dei sistemi di protezione sociale. In altre parole, un’infrastruttura critica raramente produce un rischio isolato: si comporta piuttosto come un moltiplicatore di altri rischi. Un’interruzione di energia non riguarda soltanto la rete elettrica. Può fermare telecomunicazioni, sistemi informatici, trasporti, pagamenti, produzione industriale, distribuzione dell’acqua e servizi sanitari. Il blackout che il 28 aprile 2025 ha colpito la penisola iberica lo ha mostrato in poche ore: treni fermi, reti mobili in difficoltà, pagamenti elettronici bloccati. È questa capacità di propagazione a rendere le infrastrutture critiche un tema centrale per la resilienza.
1. Infrastrutture costruite per un mondo diverso
Il report individua tre forze che agiranno contemporaneamente nei prossimi anni. La prima è molto concreta: l’invecchiamento. Una parte significativa delle infrastrutture dei Paesi industrializzati è stata costruita nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale. Reti elettriche, sistemi idrici, ponti, strade e ferrovie richiedono oggi investimenti crescenti per manutenzione, aggiornamento o sostituzione, in competizione con molte altre priorità di spesa pubblica. Il rischio non è necessariamente il grande collasso improvviso. È qualcosa di molto meno spettacolare: corrosione, deterioramento dei materiali, ridondanze insufficienti, componenti obsolete, manutenzione rimandata. Sono vulnerabilità che si accumulano per anni senza manifestarsi, fino al giorno in cui una combinazione di circostanze trasforma un problema tecnico apparentemente marginale in un’interruzione significativa. La seconda forza è il cambiamento climatico. Le ondate di calore fanno impennare la domanda di energia e mettono sotto stress le reti. Le alluvioni interrompono trasporti, telecomunicazioni e servizi pubblici. Le siccità prolungate compromettono disponibilità idrica e produzione energetica. Le piogge più intense superano rapidamente sistemi di drenaggio progettati decenni fa. Il punto non riguarda soltanto la robustezza fisica delle opere, ma le assunzioni sulla base delle quali sono state progettate. Un’infrastruttura può essere perfettamente conforme ai requisiti per cui è stata costruita e risultare comunque inadeguata rispetto al clima di oggi.
2. Tutto dipende dall’elettricità, e l’elettricità dipende da tutto
Nel frattempo le nostre economie diventano sempre più elettrificate. Mobilità elettrica, automazione industriale, sistemi digitali e, sempre più, intelligenza artificiale aumentano la domanda sulla rete. Il WEF richiama stime secondo le quali la potenza richiesta dai data center AI negli Stati Uniti potrebbe crescere drasticamente nel prossimo decennio. L’elettricità diventa così una dipendenza primaria. Allo stesso tempo, produzione e distribuzione dell’energia diventano sempre più digitalizzate. Ne nasce un circuito chiuso:
- l’economia dipende dalla rete elettrica;
- la rete elettrica dipende da sistemi digitali;
- i sistemi digitali dipendono da energia e telecomunicazioni.
Non gestiamo più singole infrastrutture: gestiamo sistemi di sistemi. Un blackout può compromettere la distribuzione dell’acqua. La mancanza di acqua può fermare impianti industriali e centrali che ne hanno bisogno per il raffreddamento. L’interruzione delle telecomunicazioni può impedire il controllo remoto delle reti. La perdita di un data center può rendere indisponibili applicazioni usate contemporaneamente da centinaia di organizzazioni. Nella pratica, molte analisi dell’impatto trattano queste dipendenze come variabili binarie in input al singolo processo: energia disponibile o non disponibile, telecomunicazioni disponibili o no, cloud disponibile o no. Ma questi servizi dipendono gli uni dagli altri. Un’analisi di resilienza seria dovrebbe quindi spingersi oltre la dipendenza di primo livello, fino a quelle di secondo e terzo livello. La ISO 22301 chiede già di individuare dipendenze e interdipendenze delle attività prioritarie: il passo ulteriore è estendere l’analisi lungo l’intera catena.
3. La dimensione geopolitica e il rischio cyber-physical
La terza forza indicata dal WEF è il confronto geoeconomico, che amplifica le vulnerabilità esistenti sul piano fisico, cyber e cyber-physical. Cavi sottomarini, satelliti, pipeline, reti energetiche, porti e sistemi di comunicazione hanno contemporaneamente valore economico e strategico. Possono quindi diventare, al tempo stesso, strumenti e bersagli della competizione tra Stati. La digitalizzazione rende sempre meno netta la distinzione tra attacco fisico e attacco cyber. Nell’aprile 2025 alcuni attaccanti sono entrati nel sistema di controllo di una diga a Bremanger, in Norvegia, e hanno aperto completamente una valvola di scarico per circa quattro ore. Non ci sono stati danni: il flusso aggiuntivo, circa 500 litri al secondo, era ben al di sotto della capacità dell’impianto. Contano però due dettagli. L’accesso è avvenuto attraverso un pannello di controllo esposto su internet e protetto soltanto da una password debole. E pochi mesi dopo i servizi di sicurezza norvegesi hanno attribuito l’attacco ad hacker filorussi. Non serviva un’operazione sofisticata: bastava una porta lasciata socchiusa. Per un’organizzazione, tuttavia, l’origine dell’incidente è spesso secondaria. Se mancano energia, comunicazioni o accesso a un’infrastruttura essenziale, il processo si ferma, che la causa sia un guasto, un’alluvione, un attacco cyber o un’azione ostile. C’è poi una conseguenza che chi si occupa di rischio non dovrebbe trascurare. Secondo il WEF, l’assicurabilità dei guasti infrastrutturali potrebbe ridursi, e una quota crescente dei costi di ripristino ricadrebbe su persone e organizzazioni. Trasferire il rischio diventa più difficile: resta la capacità di assorbirlo.
4. Dal singolo asset all’ecosistema di dipendenze
Questa evoluzione chiede un cambiamento nel modo di pensare la Business Continuity. Per molti anni abbiamo costruito piani concentrandoci soprattutto sulle risorse interne: persone, edifici, ICT, fornitori, documentazione. Ma una parte crescente della capacità di continuare a operare dipende da infrastrutture che l’organizzazione non controlla. Si può avere un ottimo Disaster Recovery Plan, ma senza connettività il data center alternativo è inutilizzabile. Si possono avere generatori di emergenza, ma il carburante arriva da una supply chain a sua volta colpita dall’interruzione. Si possono avere sedi alternative, ma raggiungerle diventa impossibile se i trasporti sono fermi. Il quadro normativo europeo si muove nella stessa direzione. La Direttiva CER (recepita in Italia con il D.Lgs. 134/2024) sposta l’attenzione dalla protezione degli asset alla resilienza dei soggetti critici. NIS2 estende gli obblighi di sicurezza a un perimetro molto più ampio. Nel settore finanziario DORA chiede di valutare il rischio di concentrazione sui fornitori ICT terzi. Il filo comune è lo stesso: la resilienza non si ferma ai confini dell’organizzazione.
5. Un’infrastruttura può essere critica senza appartenerti
È forse questa la domanda più utile da portare nella BIA: quali infrastrutture che non possediamo possono comunque interrompere i nostri processi critici? Energia, telecomunicazioni, acqua, trasporti, servizi cloud, data center, sistemi di pagamento, servizi satellitari. Nella maggior parte dei casi non ne controlliamo la disponibilità. Possiamo però conoscerne le dipendenze, valutare scenari realistici di indisponibilità e predisporre alternative. Soprattutto, possiamo smettere di assumere implicitamente che saranno sempre disponibili.
Domande per i Resilience Manager
- La nostra BIA tratta energia, telecomunicazioni e cloud come dipendenze binarie, o ne analizza anche le dipendenze di secondo e terzo livello?
- Le soluzioni di ripristino (sito alternativo, generatori, DR) funzionano davvero se l’interruzione colpisce anche le infrastrutture da cui esse stesse dipendono?
- Quanto a lungo i processi critici possono operare senza rete elettrica o connettività, e questo tempo è stato verificato con un test o solo stimato?
- Abbiamo scenari di esercitazione che simulano interruzioni infrastrutturali estese, di area vasta e di durata superiore alle 24 ore?
- Sappiamo quali dei nostri fornitori critici condividono la stessa infrastruttura, e quindi lo stesso punto di rottura?
- Se la copertura assicurativa si riducesse, quale parte del costo di un’interruzione saremmo in grado di assorbire?
Conclusione
Invecchiamento, clima più severo e confronto geopolitico, amplificati da digitalizzazione ed elettrificazione, non descrivono un mondo in cui le infrastrutture smetteranno continuamente di funzionare. Descrivono un mondo in cui una singola interruzione può propagarsi molto più rapidamente e molto più lontano. Per chi si occupa di resilienza, il compito non è prevedere quale infrastruttura cederà. È capire cosa accade alla propria organizzazione quando quell’infrastruttura, qualunque sia la causa, non è più disponibile: perché un’infrastruttura non diventa critica quando ci appartiene. Diventa critica quando non possiamo continuare a operare senza di essa
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