Nel marzo 2026 Motiva, gruppo brasiliano di infrastrutture di mobilità, ha annunciato tre riconoscimenti legati alla resilienza. Il caso mostra cosa significa un programma end-to-end, e lascia aperta la domanda più utile per un professionista: che cosa dimostra davvero una certificazione?

Nel dibattito sulle infrastrutture critiche si parla spesso di normative, investimenti, misure di protezione fisica e tecnologie. Molto meno spesso si considera la resilienza come una capacità organizzativa globale, che deve integrare continuità operativa, gestione delle crisi, ripristino dopo un disastro, formazione e governance. Un caso recente, comunicato da DRI International, va in questa direzione.

Tre riconoscimenti, tre cose diverse

Il 10 marzo 2026 DRI ha comunicato che Motiva, società che si presenta come la maggiore azienda brasiliana di infrastrutture di mobilità, ha ottenuto tre riconoscimenti legati alla propria strategia di resilienza: il DRI International Resilient Enterprise Award, la certificazione ISO 22301 per il sistema di gestione della continuità operativa e la certificazione REAP (Resilient Enterprise Assessment Program), conferita da DRI International. Secondo l’azienda, è la prima in Sud America a ricevere il Resilient Enterprise Award. Vale la pena distinguere. Il premio riconosce l’impegno di un’organizzazione nelle discipline di continuità. La certificazione ISO 22301 attesta la conformità del sistema di gestione a uno standard internazionale. REAP è il programma di valutazione di DRI. Secondo il comunicato, REAP e ISO 22301 possono essere concessi quando i requisiti dell’organizzazione sono conformi alla ISO 22301.

Il caso è interessante perché Motiva opera in un settore in cui la continuità riguarda direttamente la capacità di garantire servizi essenziali al grande pubblico. Il gruppo gestisce autostrade, ferrovie e aeroporti. Secondo la comunicazione dell’azienda, a differenza di altre società brasiliane già certificate ISO 22301 su ambiti specifici, come l’IT o i sistemi finanziari, Motiva ha adottato una visione end-to-end, estesa a tutte le piattaforme di business. DRI indica questo approccio come uno degli elementi caratteristici del programma. Sempre secondo DRI, la valutazione ha riguardato organizzazione e governance, pianificazione e valutazione, test e aggiornamento dei piani, gestione delle crisi e comunicazione, formazione e sensibilizzazione, reazione alle emergenze e agli incidenti.

Dall’impianto singolo alla resilienza dell’intero servizio

Questo approccio riflette una trasformazione in corso nel mondo delle infrastrutture critiche. La resilienza non è più la sola disponibilità tecnica di un impianto: è la capacità dell’intera organizzazione di continuare a fornire il servizio anche quando una parte del sistema è compromessa. In un’organizzazione responsabile di infrastrutture non basta proteggere le singole installazioni se non si capisce come contribuiscano al servizio complessivo. Una rete ferroviaria può avere sistemi tecnicamente ridondanti e dipendere comunque da approvvigionamento energetico, telecomunicazioni, disponibilità del personale, sistemi di controllo e fornitori esterni. Lo stesso vale per aeroporti e autostrade. L’accento è sulla capacità di gestire queste dipendenze e di mantenere il servizio anche quando una di esse viene meno.

Resilienza climatica e infrastrutture

Secondo la comunicazione di Motiva, già nel 2024 l’azienda aveva avviato una strategia di resilienza climatica e integrato il cambiamento climatico nella strategia aziendale e nella gestione degli impianti. Il programma comprende l’identificazione dei rischi, la valutazione degli impatti economici degli eventi climatici e l’uso di informazioni meteorologiche e climatologiche a supporto della gestione operativa. È un esempio di quanto resilienza, rischio climatico e gestione delle infrastrutture siano collegati. Un’infrastruttura non è resiliente solo perché ha procedure di emergenza. Va pianificata, gestita e mantenuta tenendo conto di scenari che cambiano nel tempo e che possono mettere in difficoltà impianti progettati per condizioni diverse.

Ciò che preoccupa oggi la comunità DRI

Il legame con le infrastrutture emerge anche dal Global Risk and Resilience Trends Report 2025 di DRI International, undicesima edizione, basato su un sondaggio di oltre 300 professionisti della resilienza. Nei primi dieci problemi di resilienza operativa i primi due posti sono occupati da incidenti informatici e interruzioni dei sistemi IT. Seguono le condizioni finanziarie al terzo posto e le catastrofi naturali al quarto. Le interruzioni di corrente sono al sesto posto, i gravi incidenti negli impianti al decimo. Va letto per quello che è: una rilevazione di percezione. Dice che il rischio digitale domina. Dice anche che energia e incidenti agli impianti, pur presenti nella lista, restano sotto le preoccupazioni informatiche e finanziarie. È lo stesso scarto di percezione che il Global Risks Report 2026 del WEF segnala per le infrastrutture critiche, e che gli eventi reali smentiscono quando un’interruzione fisica si propaga ai sistemi digitali, alle catene di approvvigionamento e ai servizi di importanza sistemica.

La resilienza, una capacità da dimostrare

Il caso Motiva solleva una questione che riguarda gli esperti di continuità: come si dimostra che un’organizzazione è realmente resiliente? Certificazioni e premi dicono qualcosa di preciso. Dicono che, al momento della valutazione, governance, piani, test, gestione delle crisi e formazione corrispondevano ai requisiti. Non dicono come l’organizzazione si comporterà in un evento che nessun piano aveva previsto. Per questo servono altre prove: esercitazioni che simulano interruzioni estese, tempi di ripristino misurati, risultati dei test, lezioni apprese da incidenti reali e modo in cui vengono chiuse le azioni correttive. La certificazione è un buon punto di partenza, perché obbliga a rendere esplicito il sistema e a mantenerlo. La prova arriva dopo. Nel caso delle infrastrutture critiche questa fase è particolarmente importante, perché il costo di un guasto non si limita all’organizzazione: può ricadere su utenti, imprese, regioni e altre infrastrutture che dipendono dal servizio.

Che cosa significa per l’Italia

Autostrade, ferrovie e aeroporti sono settori di trasporto compresi nell’ambito della direttiva CER. In Italia gli operatori individuati come soggetti critici dovranno svolgere la valutazione del rischio e adottare le misure di resilienza entro i termini che decorrono dalla notifica (si veda l’articolo dedicato alla normativa). Un programma end-to-end come quello descritto da DRI può aiutare a organizzare questo lavoro, ma non lo sostituisce. La CER chiede misure specifiche e una certificazione ISO 22301 non equivale, di per sé, alla conformità agli obblighi della direttiva.

Domande per i Resilience Manager

  • Il nostro programma di resilienza copre il servizio end-to-end o solo singole aree (IT, finanza, impianti)?
  • Quali prove, oltre alla certificazione, possiamo mostrare a un cliente o a un’autorità? Esercitazioni, tempi di ripristino misurati, azioni correttive chiuse?
  • Quando abbiamo testato l’ultima volta uno scenario che coinvolge più infrastrutture insieme?

Nota di trasparenza: Continuitaly, marchio di PhoenITx S.r.l., eroga formazione e certificazioni DRI International. I fatti sul caso Motiva provengono dal comunicato di DRI e dalla comunicazione dell’azienda.

Fonti

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