Milano, 16 febbraio 2026
Milano-Cortina: la resilienza come infrastruttura invisibile
Osservare Milano e Cortina ospitare i Giochi Invernali è motivo di orgoglio personale e professionale. Fin dalla straordinaria cerimonia di apertura a San Siro, è evidente il livello di organizzazione, coordinamento e preparazione che sostiene un evento di questa portata.
Dietro la bellezza delle immagini e l’energia delle competizioni esiste un’infrastruttura meno visibile ma decisiva: quella della resilienza. Un sistema fatto di pianificazione meticolosa, analisi dei rischi, esercitazioni, ruoli chiari e capacità di risposta integrata.
In passato ho avuto l’opportunità di contribuire alle attività di risk management e crisis management in occasione delle Olimpiadi di Atene e delle Olimpiadi Invernali di Torino. In quel contesto ho lavorato con un team del CIO che aveva maturato una significativa esperienza organizzativa nei Giochi di Lillehammer, in Norvegia. Da loro ho appreso quanto la gestione dei grandi eventi richieda attenzione non solo agli scenari più evidenti, ma soprattutto a quelli che sfuggono alla resilienza “di tutti i giorni”:
- blocco improvviso di una seggiovia che trasporta atleti verso la partenza
- guasto al sistema di refrigerazione della pista da bob.
- interruzione elettrica in un momento cruciale della cerimonia di apertura
- errore nei flussi di trasporto o nelle fasi di accreditamento.
E, naturalmente, anche gli scenari più gravi che tutti possiamo immaginare ma che nessuno vorrebbe mai vedere, inclusi quelli legati a minacce terroristiche o a eventi di sicurezza complessi.
La differenza tra un incidente e una crisi, in questi contesti, sta quasi sempre nella preparazione. Nel numero di volte in cui uno scenario è stato immaginato, discusso, simulato. Nella chiarezza delle catene decisionali. Nella cultura organizzativa che consente di reagire senza improvvisare.
È con particolare soddisfazione che vedo oggi nei team impegnati nella gestione della crisi di Milano-Cortina professionisti che hanno investito seriamente nella propria formazione in ambito resilienza. Tra questi, Irene Proto, che ha recentemente completato un percorso di Business Continuity Management con DRI, conseguendo la certificazione CBCP, e che oggi si occupa di Issue e Crisis Communication Management.
A lei, e a tutti coloro che stanno lavorando affinché ciò che non si vede continui a funzionare, vanno i miei complimenti e i migliori auguri.
Perché nei grandi eventi, come nelle organizzazioni, la resilienza non è spettacolare. È silenziosa.
E proprio per questo, è fondamentale.
Risk & Resilience Outlook
Allianz Risk Barometer 2026
L’edizione 2026 dell’Allianz Risk Barometer
In ogni numero della nostra newsletter vogliamo riservare uno spazio a una pubblicazione che riteniamo particolarmente significativa per la comunità dei professionisti della continuità operativa, del risk management e della resilienza organizzativa. Report e analisi che non hanno l’obiettivo di fare previsioni, ma di aiutare a leggere il contesto, comprendere le dinamiche in atto e riflettere sulle implicazioni concrete per le organizzazioni.
In questo numero abbiamo scelto di soffermarci su una delle pubblicazioni di riferimento a livello globale: l’Allianz Risk Barometer 2026
L’edizione 2026 dell’Allianz Risk Barometer 2026, pubblicata a gennaio, rappresenta una delle analisi più consolidate e operative sulle priorità di rischio percepite dalle imprese a livello globale. Il report si basa su oltre 3.000 esperti tra risk manager, broker, assicuratori e dirigenti aziendali in quasi 100 Paesi, offrendo una fotografia non teorica ma radicata nell’esperienza diretta di chi gestisce sinistri, interruzioni operative e crisi reputazionali.
Per il quinto anno consecutivo, gli incidenti cyber si confermano al primo posto tra i rischi più temuti a livello globale. Ransomware, data breach, attacchi alla supply chain digitale e indisponibilità dei sistemi restano i principali driver di preoccupazione. Tuttavia, il dato più interessante dell’edizione 2026 è l’ingresso dell’intelligenza artificiale tra i rischi emergenti di maggiore attenzione: non solo per il suo utilizzo da parte di attori malevoli, ma anche per le implicazioni legate a governance, responsabilità, compliance normativa e qualità dei dati. L’AI viene percepita come acceleratore di opportunità, ma anche di vulnerabilità.
La business interruption continua a occupare stabilmente le prime posizioni. Il report evidenzia come l’interruzione dell’operatività sia sempre più spesso la conseguenza indiretta di altri eventi: attacchi cyber, disastri naturali, tensioni geopolitiche, instabilità normativa o fallimenti nella catena di fornitura. In altre parole, il danno economico non deriva tanto dall’evento iniziale quanto dalla sua propagazione sistemica.
Rilevante anche il peso crescente dei rischi geopolitici e normativi, che riflettono un contesto internazionale caratterizzato da frammentazione regolatoria, conflitti regionali e volatilità delle relazioni commerciali. Le imprese percepiscono un ambiente meno prevedibile e più esposto a shock improvvisi, con impatti su approvvigionamenti, energia e mercati finanziari.
Il messaggio complessivo del report è chiaro: i rischi non si manifestano più in modo isolato. Sono interconnessi, multilivello e caratterizzati da effetti a cascata. Per i professionisti della resilienza, la sfida non è soltanto aggiornare la lista delle priorità, ma comprendere le interdipendenze tra rischi tecnologici, operativi, ambientali e geopolitici.
La vera domanda non è se questi rischi siano noti: è se siano effettivamente integrati nei processi decisionali, nei piani di continuità e nella cultura manageriale dell’organizzazione.
In cima alla lista del Resilience Manager
La comunicazione del rischio
Formare alla comunicazione del rischio: da competenza tecnica a leva culturale
Se il rischio è, per natura, un tema respingente, la comunicazione del rischio è una competenza strategica. Non un accessorio del processo di risk management, ma una sua componente strutturale e abilitante.
Gli standard internazionali lo affermano con chiarezza. La ISO 31000 include communication and consultation tra gli elementi fondamentali del processo di gestione del rischio: il rischio non è realmente gestito finché non è compreso dai decisori e dagli stakeholder rilevanti. Allo stesso modo, la ISO 22322, dedicata ai sistemi di allerta pubblica, stabilisce che un messaggio efficace deve essere comprensibile, contestualizzato, coerente e orientato all’azione. Principi nati per la protezione civile, ma perfettamente trasferibili al contesto aziendale: anche un board ha bisogno di messaggi chiari, sintetici e azionabili.
Sul piano delle best practice operative, il modello Crisis and Emergency Risk Communication (CERC) sviluppato dai CDC statunitensi propone una visione strutturata della comunicazione del rischio lungo l’intero ciclo dell’evento: preparazione pre-crisi, gestione durante l’emergenza, consolidamento post-evento. Il punto centrale è che la comunicazione non può essere improvvisata quando l’evento accade: deve essere progettata, testata e integrata nei processi ordinari.
Le linee guida della World Health Organization rafforzano questo approccio, evidenziando tre fattori chiave: trasparenza anche in presenza di incertezza, costruzione e mantenimento della fiducia nel tempo, e coinvolgimento bidirezionale degli stakeholder. Comunicare il rischio non significa solo “trasmettere informazioni”, ma attivare un dialogo che consenta di comprendere percezioni, resistenze e bias cognitivi.
È vero che molti di questi riferimenti nascono in ambito sanitario, dove la comunicazione di notizie critiche — talvolta drammatiche — è parte integrante dell’attività professionale. Tuttavia, proprio per questo, si tratta di modelli estremamente studiati, validati e sottoposti a verifica empirica in contesti ad alta pressione decisionale. I principi che li sostengono — chiarezza, contestualizzazione, ascolto, costruzione della fiducia — sono pienamente applicabili anche in ambito industriale, nella gestione di rischi naturali, nella sicurezza di processo, nella protezione di infrastrutture critiche. Cambia il contenuto del rischio; non cambia la dinamica umana con cui viene percepito, accettato o respinto.
In questo quadro si inserisce il modello SACCIA (Safe Communication Competency Framework), particolarmente interessante perché traduce la comunicazione in competenze osservabili e allenabili. SACCIA individua cinque dimensioni fondamentali:
-
Sufficiency: fornire informazioni complete, evitando omissioni che possano generare interpretazioni distorte;
-
Accuracy: garantire precisione tecnica e coerenza dei dati;
-
Clarity: esprimere concetti complessi in modo comprensibile, riducendo ambiguità e gergo inutile;
-
Contextualisation: collocare il rischio nel contesto decisionale e operativo di chi ascolta;
-
Interpersonal Adaptation: adattare il messaggio al pubblico specifico, tenendo conto di ruolo, cultura, aspettative e livello di competenza.
È un modello che supera la visione puramente tecnica della comunicazione e la riconduce a una disciplina professionale: comunicare il rischio diventa una competenza che si può misurare, valutare, migliorare.
Il lavoro dell’OECD sui trend nelle politiche e pratiche di comunicazione del rischio conferma questa impostazione. Nei suoi rapporti comparativi sui governi dei Paesi membri, l’OECD sottolinea che i sistemi più maturi sono quelli che adottano un approccio partecipativo, superando la logica top-down. La comunicazione efficace non si limita a diffondere messaggi istituzionali, ma integra strumenti di ascolto, feedback e adattamento continuo. Inoltre, viene evidenziato che la fiducia nella fonte del messaggio è un moltiplicatore di efficacia: senza fiducia, anche l’informazione tecnicamente corretta perde impatto.
La letteratura accademica converge su un punto essenziale: la comunicazione del rischio non è un’appendice della gestione tecnica, ma il luogo in cui il rischio diventa consapevolezza condivisa e, quindi, decisione.
Da qui discende una conclusione operativa: la comunicazione del rischio si può — e si deve — formare. Non come adempimento burocratico, ma come esercizio culturale continuo. Una formazione efficace non si limita a illustrare norme o procedure; sviluppa la capacità di rendere comprensibile ciò che, per natura, non lo è. Coinvolge tutti i livelli dell’organizzazione, ma in modo particolare il vertice, dove il rischio si traduce in priorità strategica, allocazione di risorse e scelte di governance.
In un contesto segnato da eventi naturali estremi, incendi, interruzioni improvvise e vulnerabilità sistemiche, non basta che il rischio sia correttamente analizzato. Deve essere compreso, discusso e condiviso. E questo richiede metodo, competenza e intenzionalità.
Aggiornamento professionale
I prossimi corsi Continuitaly – DRI Italy – DRI France – NFPA
I prossimi corsi di formazione professionale che eroghiamo in Italia in collaborazione con DRI International e NFPA
Cyber Resilience – Corso di Certificazione – DRI Italy
3-4 marzo 2026 – Online – Italiano
Corso intensivo sulla gestione dei rischi cyber.
Scopri di più
Business Continuity Management – Corso di Certificazione – DRI Italy
10-11-17-18 marzo 2026 – Online – Italiano
Corso approfondito sui principi e sulle pratiche del BCM.
Scopri di più
Business Continuity Management – Corso di Certificazione – DRI France
14-15 aprile 2026 · Online – Francese
Corso intensivo sui principi e sulle pratiche del BCM.
Scopri di più
Business Continuity Management – Corso di Certificazione – DRI France
14-15-21-22 aprile 2026 – Online – Francese
Corso approfondito sui principi e sulle pratiche del BCM.
Scopri di più
NFPA 13 – Standard per impianti sprinkler
11-12-13 maggio 2026 – In presenza – Milano
Corso ufficiale NFPA dedicato alla progettazione dei sistemi sprinkler.
Scopri di più
NFPA 20 – Standard per alimentazioni antincendio
14-15 maggio 2026 – In presenza – Milano
Corso ufficiale NFPA dedicato alla progettazione dei sistemi di alimentazione antincendio.
Scopri di più
E’ davvero accaduto! Riflessioni operative da casi reali
Incendi estremi in Cile e Argentina: quando il rischio naturale diventa sistemico
Mega-incendi in Cile e Argentina
Questa rubrica è dedicata all’analisi di eventi reali, con l’obiettivo di stimolare una riflessione responsabile e orientata al futuro.
Nei primi mesi del 2026 vaste aree dell’emisfero australe sono state colpite da incendi boschivi di eccezionale portata, con impatti umani, ambientali e infrastrutturali significativi. In Cile, una serie di incendi scoppiati il 16 gennaio nelle regioni di Biobío e Ñuble ha bruciato migliaia di ettari di bosco e aree urbane, causando almeno 21 vittime, oltre 50.000 evacuati e la distruzione di centinaia di abitazioni e strutture, portando il governo a dichiarare lo stato di catastrofe nelle zone colpite.
Simultaneamente, nella regione della Patagonia argentina, incendi alimentati da calore estremo, venti forti e siccità prolungata hanno devastato porzioni del Los Alerces National Park — patrimonio naturale dell’UNESCO — con decine di migliaia di ettari andati in fumo e complesse operazioni di evacuazione e contenimento in corso.
Studi di attribuzione climatica pubblicati immediatamente dopo gli eventi evidenziano che le condizioni che hanno favorito questi incendi — temperature anomale, prolungata siccità e venti intensi — erano 2,5–3 volte più probabili rispetto a un clima senza l’influenza umana sul riscaldamento globale, sottolineando come i driver sistemici dei rischi naturali siano ormai ben intrecciati con i trend globali di lungo periodo.
Questo tipo di evento mette in evidenza alcune dinamiche critiche per chi si occupa di risk management e resilienza:
-
Interconnessione dei rischi: la combinazione di vari driver (anomalia termica, siccità, venti) crea condizioni di rischio estremo che non possono essere trattate separatamente — richiede un approccio sistemico alla valutazione e mitigazione.
-
Impatto socio-economico diffuso: gli effetti travalicano la perdita di risorse naturali; coinvolgono evacuazioni massicce, interruzioni dei servizi, stress sulle risorse di emergenza e pressioni su infrastrutture critiche.
-
Ruolo della governance locale e delle risorse: la capacità di risposta – inclusi sistemi di allerta, pianificazione delle evacuazioni, coordinamento tra livelli di governo – si dimostra un fattore di differenziazione nell’entità dei danni.
-
Trend di lungo periodo: questi incendi non sono un anomalia isolata ma si inquadrano in una stagione di eventi climatici estremi che segnano l’inizio del 2026 nell’emisfero sud, rendendo imperativa una strategia preventiva e adattativa, non solo reattiva
Questi episodi ricordano, in modo molto concreto, l’importanza di verificare innanzitutto l’aspetto più semplice e spesso trascurato: quanto il proprio sito produttivo, logistico o amministrativo sia potenzialmente esposto al rischio di wildfire o incendio boschivo.
Ma la riflessione non può fermarsi al perimetro fisico dell’organizzazione.
L’impatto di questa tipologia di rischi, strettamente legati all’evoluzione climatica, si estende ben oltre gli asset sotto diretto controllo. Può incidere sulla disponibilità di infrastrutture critiche, sulla continuità dei fornitori, sulla stabilità dei trasporti, sull’accessibilità delle aree industriali e, più in generale, sulla sostenibilità del business model adottato.
Novità normative da monitorare
Focus ACN & NIS2
Prosegue il lavoro di ACN in ambito NIS2
Nuove Determinazioni operative per NIS2
A gennaio 2026 l’ACN ha pubblicato due importanti Determinazioni (n. 379887 e n. 379907) per l’attuazione della Direttiva NIS2 in Italia: questi provvedimenti introducono aggiornamenti operativi sulle misure di sicurezza e sulle regole di notifica degli incidenti per i soggetti classificati “essenziali” e “importanti”. Le determinazioni definiscono anche aggiornamenti al Portale NIS e alle modalità di interazione con i servizi dell’ACN.
Linee guida sulla gestione degli incidenti
Sempre a gennaio 2026 sono state pubblicate le “Linee guida NIS – definizione del processo di gestione degli incidenti di sicurezza informatica”: un documento non vincolante ma di riferimento operativo per raccordare le fasi di risposta agli incidenti con le misure di sicurezza attese dalle determinazioni ACN e facilitare l’allineamento dei processi interni delle organizzazioni soggette alla normativa.
Specifiche di base aggiornate e applicazione operativa
A fine 2025 l’ACN aveva già aggiornato le specifiche di base per l’implementazione di NIS2, trasformando la normativa da quadro teorico a criteri operativi verificabili. Questo aggiornamento sta ora guidando la fase attuativa per i soggetti obbligati, con criteri proporzionati al rischio e alle dimensioni delle organizzazioni.
Scadenze e prima fase operativa 2026
Con l’avvio dell’anno, sono pienamente efficaci le obbligazioni di notifica degli incidenti significativi da parte dei soggetti NIS2, con tempistiche e ruoli chiave (ad esempio il Punto di Contatto e il Referente CSIRT) integrati nei processi di sicurezza interni delle organizzazioni.
In sintesi:
-
L’ACN sta trasformando il recepimento formale di NIS2 in attuazione concreta con regole operative e documenti di riferimento per le organizzazioni italiane.
-
Le determinations e le linee guida pubblicate di recente si concentrano su:
-
notifica degli incidenti,
-
gestione integrata degli eventi di sicurezza,
-
allineamento dei processi di incident response con i requisiti normativi.
-
-
Il Portale NIS e i flussi digitali di gestione informativa sono ora al centro della compliance quotidiana.
-
Il 2026 è l’anno in cui molte delle scadenze chiave diventano obblighi operativi, non più solo adempimenti formali.
L’angolo tecnico
Isolanti combustibili nelle costruzioni: un dettaglio non trascurabile
Isolanti combustibili: gestione consapevole o eliminazione del rischio?
Episodi drammatici del passato hanno mostrato quanto materiali plastici – come le schiume poliuretaniche – possano avere effetti devastanti se coinvolti in un incendio. Sebbene tali materiali siano spesso utilizzati per isolamento termico, pannelli sandwich o applicazioni costruttive leggere, resta un principio di fondo: ogni materiale di origine plastica introduce combustibile nell’edificio.
Nell’industria questi isolanti sono ampiamente utilizzati per:
- isolamento termico di coperture e pareti,
- pannelli prefabbricati leggeri,
- efficienza energetica,
- alleggerimento e rigidità dei sistemi costruttivi.
Sono materiali performanti e diffusi. Ma sono, per natura, organici e combustibili.
La conseguenza è semplice: l’uso di isolanti plastici non è solo una scelta tecnica, ma anche una scelta di esposizione al rischio incendio.
Certificazione ≠ non combustibile
Solo alcuni di questi prodotti ricevono certificazioni da parte di organismi internazionali. Non vengono certificati “non combustibili” – perché per definizione non lo sono – ma possono essere dichiarati accettabili in specifiche condizioni di applicazione. Organismi come:
- FM Approvals
- UL Solutions
- gruppi assicurativi internazionali,
valutano determinati sistemi attraverso prove standardizzate, talvolta in scala reale, e ne attestano l’idoneità entro parametri precisi. In questi casi il materiale combustibile non viene “assolto”, ma viene considerato utilizzabile a determinate condizioni di posa, compartimentazione e protezione.
Cosa verificare concretamente
Quando si sceglie un isolante plastico, è buona prassi verificare nella Dichiarazione di Prestazione (DoP) e nei report di prova:
- la classe di reazione al fuoco (EN 13501-1),
- l’indice di sviluppo di fumo,
- eventuali limitazioni d’uso,
- le condizioni di installazione richieste dalla certificazione,
- i risultati di test specifici (es. FM 4880, FM 4881, ecc.).
In altre parole, occorre comprendere quale sia il contributo effettivo allo sviluppo dell’incendio in caso di coinvolgimento diretto. Se è davvero necessario introdurre un elemento combustibile nella costruzione o nella finitura dell’edificio, è prudente orientarsi verso soluzioni certificate da enti riconosciuti a livello internazionale.
Scegliere la via della semplicità
Tuttavia, ogni certificazione comporta condizioni e limiti. Per evitare complessità interpretative, possibili restrizioni assicurative e discussioni future, la soluzione più lineare resta l’impiego di materiali intrinsecamente non combustibili, quali:
- lana di roccia
- lana di vetro
- vetro cellulare
Materiali generalmente classificati Euroclasse A1, che non contribuiscono al carico d’incendio.
In sintesi
La certificazione può rendere un materiale combustibile accettabile. La non combustibilità elimina il problema. Non è richiesto a risk manager, CFO o CRO conoscere nel dettaglio le caratteristiche chimiche e prestazionali delle decine di materiali oggi presenti sul mercato. Non è loro mestiere entrare nella composizione di un isolante o nei parametri di prova di laboratorio. È però fondamentale sapere quali domande porre:
- Questo materiale è combustibile?
- È certificato da un ente riconosciuto?
- In quali condizioni è considerato accettabile?
- Qual è il suo contributo allo sviluppo di un incendio?
- È coerente con il nostro profilo di rischio e con le aspettative dell’assicuratore?
Porre le domande giuste a progettisti, architetti e imprese di costruzione significa prevenire oggi problemi che, domani, potrebbero diventare operativi, assicurativi o reputazionali.
La resilienza non nasce dalla conoscenza specialistica di ogni dettaglio tecnico, ma dalla capacità di indirizzare le scelte in modo consapevole.
Insight & Ispirazioni
I suggerimenti del mese
I suggerimenti del mese
In questa rubrica continuiamo a segnalare contenuti che riteniamo utili non tanto per acquisire nuove nozioni, quanto per raffinare il modo in cui leggiamo il rischio, l’incertezza e le decisioni strategiche in contesti complessi.
Lettura del mese: The Unthinkable,Who Survives When Disaster Strikes – Amanda Ripley
Un testo ormai diventato un riferimento per chi si occupa di resilienza e gestione della crisi. Amanda Ripley analizza, con rigore giornalistico e basi scientifiche, come le persone reagiscono quando l’imprevisto accade davvero: disastri naturali, attentati, incidenti improvvisi. Il libro esplora il divario tra ciò che crediamo faremmo in emergenza e ciò che realmente accade, evidenziando l’importanza della preparazione mentale oltre che tecnica.
È disponibile in lingua inglese su Amazon, Apple Books e nelle principali librerie online internazionali.
Podcast del mese: The Disaster Podcast
Un podcast dedicato al mondo della gestione delle emergenze e dei disastri, con interviste a professionisti, analisi di casi reali e discussioni su strategie operative. Gli episodi coprono temi come grandi eventi, risposta a catastrofi naturali, resilienza urbana e coordinamento inter-agenzia.
È disponibile gratuitamente sulle principali piattaforme di ascolto (Apple Podcasts, Spotify e altri servizi di streaming).
Insieme, queste due risorse offrono una prospettiva complementare: da un lato la dimensione umana e comportamentale della crisi, dall’altro l’esperienza concreta di chi opera sul campo. Un buon promemoria che la resilienza è al tempo stesso cultura, metodo e allenamento continuo.
Aggiornamenti da National Fire Protection Association (NFPA)
Notizie dalla comunità internazionale della Fire Safey
Focus su NFPA 72 – evoluzione dei sistemi di allarme e comunicazione
In qualità di membro dell’Authorized Education Network e partner autorizzato per la formazione NFPA in Italia, riteniamo parte del nostro ruolo informare la community professionale sulle principali novità e sugli sviluppi provenienti dal mondo NFPA, con particolare attenzione agli impatti tecnici, normativi e operativi per aziende e professionisti.
La National Fire Protection Association (NFPA) è un’organizzazione internazionale senza scopo di lucro, punto di riferimento globale per la fire safety, la life safety e la protezione degli asset. Attraverso lo sviluppo di codici e standard tecnici, attività di ricerca, formazione e divulgazione, NFPA contribuisce da oltre un secolo alla riduzione dei rischi di incendio e alla resilienza delle organizzazioni in tutto il mondo.
L’aggiornamento più recente di NFPA 72 conferma una tendenza ormai chiara: i sistemi di rivelazione e segnalazione incendio non sono più impianti isolati, ma componenti di ecosistemi digitali integrati.
La norma rafforza i requisiti relativi ai sistemi di comunicazione basati su rete (IP), alla supervisione dei canali di trasmissione e alla ridondanza delle comunicazioni. Questo significa che l’affidabilità del sistema antincendio dipende sempre più anche dall’infrastruttura digitale sottostante.
Particolare attenzione è posta su:
-
documentazione e tracciabilità delle configurazioni di sistema;
-
requisiti di test e manutenzione per dispositivi intelligenti e sistemi connessi;
-
sviluppo dei sistemi di Emergency Communication (ECS), che estendono la funzione oltre la sola segnalazione incendio, includendo comunicazioni integrate per scenari di emergenza più ampi.
Per le organizzazioni questo comporta un’evoluzione culturale: il sistema di allarme non è solo un requisito normativo, ma un’infrastruttura critica di resilienza.
La compliance tecnica si intreccia sempre più con la cybersecurity, la continuità operativa e la governance del rischio.
Aggiornamenti da Disaster Recovery Institute International (DRI)
Novità dalla comunità globale dei professionisti certificati nella resilienza
Climate change as a business continuity risk: perché agire ora
In qualità di Affiliate ufficiale di DRI International per l’Italia e la Francia, riteniamo parte integrante del nostro ruolo informare la community professionale sugli sviluppi più rilevanti provenienti dal mondo DRI, con particolare attenzione ai trend metodologici e alle implicazioni concrete per organizzazioni, professionisti e decision maker.
DRI International è l’organizzazione di riferimento a livello globale per lo sviluppo delle Professional Practices for Business Continuity Management, nonché per la formazione e certificazione dei professionisti della resilienza. Attraverso standard metodologici, attività di ricerca applicata ed eventi internazionali, DRI contribuisce da oltre cinquant’anni all’evoluzione della disciplina della continuità operativa e della gestione delle crisi a livello mondiale.
Nel blog https://drive.drii.org/ di DRI International è stato recentemente pubblicato l’articolo “Climate change as a business continuity risk: why resilience professionals need to act now”, che affronta in modo diretto un tema ormai centrale per la professione: il cambiamento climatico come rischio strutturale per la continuità operativa.
Il messaggio è chiaro: il climate change non è più una variabile di contesto o un tema ESG accessorio, ma un driver operativo che incide su supply chain, infrastrutture critiche, disponibilità energetica, trasporti e sicurezza delle persone.
Gli incendi che hanno colpito nelle ultime settimane il Cile e la Patagonia argentina rappresentano un esempio concreto di questa dinamica. Temperature elevate, siccità prolungata e condizioni meteorologiche estreme hanno generato eventi che non solo hanno distrutto territori, ma hanno prodotto evacuazioni di massa, interruzioni di servizi e impatti economici diffusi. Ciò che accade nell’emisfero australe oggi è un’anticipazione di ciò che potrebbe verificarsi alle nostre latitudini con l’avvicinarsi della stagione estiva.
L’articolo di DRI richiama i professionisti della resilienza a un cambio di passo:
-
integrare scenari climatici prospettici nella Business Impact Analysis;
-
superare l’utilizzo esclusivo di dati storici, ormai non più rappresentativi;
-
valutare esposizioni indirette lungo l’intera catena di fornitura;
-
prepararsi a interruzioni simultanee e prolungate in più aree geografiche.
Il cambiamento climatico viene descritto come un “risk multiplier”: non crea solo nuove minacce, ma amplifica vulnerabilità già esistenti. Per chi si occupa di business continuity, la domanda non è se il rischio climatico esista, ma se sia già stato incorporato nei piani.
Per le attività istituzionali nel mondo, consultate www.drii.org
Invece per le nostre attività in Italia e Francia sono invece consultabili i siti www.dri-italy.it e www.drifrance.eu
PhoenITx srl
Via Pietro Calvi, 2
20129 Milano
www.continuitaly.it












