Climate Risk: un nuovo obbligo normativo o una nuova responsabilità manageriale?
Abstract
Il Climate Risk è davvero diventato un requisito normativo o rimane una semplice buona pratica? La risposta è sempre più chiara: regolamenti europei, standard ISO e autorità di vigilanza stanno convergendo verso un approccio che richiede alle organizzazioni di integrare il cambiamento climatico nei processi di governance, Risk Management e Business Continuity. In questo approfondimento analizziamo i principali riferimenti normativi – dalla CSRD agli ESRS, dalle norme ISO alle indicazioni di BCE, EBA, Banca d’Italia e DORA – evidenziando cosa cambia concretamente per Risk Manager e Resilience Manager.
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Per molti anni il cambiamento climatico è stato considerato prevalentemente un tema ambientale, affrontato nell’ambito delle politiche di sostenibilità e della responsabilità sociale d’impresa.
Negli ultimi anni, tuttavia, il quadro normativo europeo e internazionale è profondamente cambiato.
Il Climate Risk è progressivamente entrato nella regolamentazione finanziaria, negli standard ISO, nei sistemi di gestione, nelle aspettative delle autorità di vigilanza e nei processi di rendicontazione aziendale.
Non esiste ancora una norma che imponga genericamente a tutte le imprese di redigere una specifica Valutazione del Climate Risk.
Esiste però un insieme sempre più coerente di direttive, regolamenti e standard che conduce nella stessa direzione: identificare i rischi climatici, comprenderne gli effetti sul business e integrarli nei processi decisionali.
Dalla sostenibilità alla resilienza
Uno dei cambiamenti più significativi riguarda il ruolo stesso del Climate Risk.
Con l’introduzione dellaCorporate Sustainability Reporting Directive (CSRD)e degliEuropean Sustainability Reporting Standards (ESRS), il cambiamento climatico non è più soltanto un indicatore ambientale.
Le imprese soggette alla CSRD sono chiamate a valutare come i rischi e le opportunità climatiche possano influenzare la propria strategia, il modello di business, la catena del valore e le performance economico-finanziarie.
Il concetto didoppia materialitàrappresenta una vera evoluzione culturale. Non è più sufficiente valutare quale impatto l’organizzazione abbia sul clima: occorre comprendere anche come il cambiamento climatico possa influenzare la capacità dell’organizzazione di creare valore nel tempo.
Questa è, a tutti gli effetti, una valutazione di resilienza.
Gli standard ISO stanno seguendo la stessa direzione
Anche il mondo ISO si sta rapidamente evolvendo.
Le normeISO 14090eISO 14091rappresentano oggi i principali riferimenti internazionali per l’adattamento ai cambiamenti climatici e per la valutazione della vulnerabilità climatica. Ancora più significativo è l’emendamento pubblicato nel 2024 da ISO e IAF, che interessa tutti i principali sistemi di gestione, compresaISO 22301per la Business Continuity.
L’emendamento richiede alle organizzazioni di valutare se il cambiamento climatico rappresenti un fattore rilevante nel proprio contesto operativo. Può sembrare una modifica limitata. In realtà, introduce un principio destinato ad avere conseguenze importanti: il Climate Change non può più essere considerato un tema esterno al sistema di gestione.
Se è rilevante per l’organizzazione, deve essere preso in considerazione nella definizione del contesto, nella valutazione dei rischi, nella pianificazione e nel miglioramento continuo.
Il settore finanziario è già alcuni passi avanti
Le banche e gli intermediari finanziari stanno affrontando questo percorso da diversi anni.
LaBanca Centrale Europea, l’European Banking AuthorityeBanca d’Italiahanno pubblicato aspettative e linee guida che richiedono di integrare i rischi climatici e ambientali nella governance, nella strategia, nei sistemi di controllo interno e nei processi di Enterprise Risk Management. L’obiettivo non è creare una nuova categoria di rischio, ma comprendere come il Climate Change possa modificare rischi già esistenti, quali rischio di credito, operativo, di mercato, reputazionale e di continuità operativa.
Anche ilRegolamento DORA, pur non essendo una normativa dedicata al Climate Risk, offre uno spunto interessante. Le organizzazioni finanziarie devono infatti garantire la resilienza operativa digitale anche nei confronti di eventi fisici che possano compromettere infrastrutture ICT, data center, reti di telecomunicazione e fornitori tecnologici. Un’alluvione, un incendio di vegetazione o un’ondata di calore possono quindi trasformarsi rapidamente in un problema di resilienza digitale.
Oltre la conformità
Limitarsi alla conformità normativa sarebbe però un errore. Le organizzazioni più mature stanno utilizzando questi riferimenti non semplicemente per soddisfare nuovi obblighi documentali, ma per migliorare realmente la propria capacità di adattamento. Valutare il Climate Risk significa infatti interrogarsi su aspetti molto concreti:
- gli stabilimenti continueranno ad essere idonei nei prossimi vent’anni?
- la supply chain è esposta agli stessi scenari climatici?
- i Recovery Time Objective restano raggiungibili durante eventi estremi?
- gli investimenti di oggi saranno ancora adeguati nel contesto climatico futuro?
- il programma assicurativo riflette realmente i nuovi livelli di esposizione?
La vera sfida
Le norme stanno quindi trasmettendo un messaggio comune: il Climate Risk non ‘appartiene’ esclusivamente alla funzione Sustainability. Non è soltanto una questione ambientale. È un tema che coinvolge Business Continuity, Enterprise Risk Management, Property Risk Engineering, Salute e Sicurezza, Supply Chain, Risk Transfer e, sempre più spesso, le decisioni strategiche del Consiglio di Amministrazione.
Per il Resilience Manager questo rappresenta un’importante opportunità.
Chi saprà integrare questi diversi linguaggi potrà trasformare un insieme di obblighi normativi in un vero vantaggio competitivo, contribuendo a costruire organizzazioni non solo conformi, ma soprattutto più resilienti e meglio preparate ad affrontare il contesto climatico dei prossimi decenni.
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